Leggere un'etichetta di vino italiano: cosa dice davvero
DOCG, DOC, IGT, Riserva, imbottigliato all'origine: cosa garantiscono le parole in etichetta, cosa no, e cosa guardare quando si compra.
Anni fa, prima di fare un corso di degustazione in una fantastica enoteca di Pavia, con il mondo del vino avevo molta meno dimestichezza di adesso. Un’etichetta, per me, diceva poco più del nome scritto in grande. Poi ho imparato che le cose importanti stanno quasi sempre altrove.
Un’etichetta di vino ha due lingue. Una è quella del marketing: il nome di fantasia, il disegno, il colore della carta. L’altra è quella della legge: poche righe scritte piccole, spesso sul retro, che dicono cose precise e verificabili. La prima serve a farsi scegliere sullo scaffale. La seconda è quella che vale la pena imparare a leggere.
La piramide: DOCG, DOC, IGT, Vino
In Italia i vini sono classificati in quattro livelli, dal più vincolato al più libero.
- DOCG — Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Zona, vitigni, rese e affinamento sono fissati da un disciplinare. Per legge una DOCG è stata prima una DOC per almeno sette anni. Si riconosce dalla fascetta di Stato sul collo della bottiglia, con serie e numero: per le DOCG è obbligatoria.
- DOC — Denominazione di Origine Controllata. Stessa logica, con un disciplinare proprio. Alcune DOC usano la fascetta di Stato, altre al suo posto un numero di lotto: dipende da quello che ha deciso il consorzio.
- IGT — Indicazione Geografica Tipica. Un legame con il territorio c’è, ma le regole sono molto più larghe: zone ampie, più vitigni ammessi, più libertà in cantina.
- Vino — senza denominazione né indicazione geografica: l’etichetta non lega il vino a una zona precisa.
Prima di poter portare il nome della denominazione, i vini DOC e DOCG passano un’analisi di laboratorio e una degustazione davanti a una commissione, con controlli più stretti per le DOCG. DOCG e DOC sono le versioni italiane di quella che in Europa si chiama DOP; IGT corrisponde all’europea IGP. Sull’etichetta si può trovare l’una o l’altra sigla.
La cosa più importante da sapere è che la piramide non è una classifica di qualità. Dice quante regole ha seguito il produttore, non quanto è buono il vino. Ci sono IGT celebri e costosi, nati proprio perché il produttore voleva usare vitigni o metodi che il disciplinare della sua zona non ammetteva. E ci sono DOC corrette ma anonime, che rispettano ogni regola senza dire niente. La denominazione garantisce la provenienza e un minimo di regole, non l’emozione nel bicchiere.
Le parole che contano: Riserva, Superiore, Classico
Queste tre parole sembrano aggettivi, ma su un’etichetta DOC o DOCG hanno un significato preciso, e ogni disciplinare le può rendere più severe.
Riserva vuol dire che il vino ha fatto un invecchiamento più lungo. La legge fissa i minimi generali, due anni per i rossi e uno per i bianchi, e ogni disciplinare può chiedere di più: il Barolo, per esempio, ha minimi molto più lunghi, sia per la versione base sia per la Riserva. “Riserva” quindi dice più tempo prima di uscire dalla cantina, non necessariamente più adatto a invecchiare o migliore.
Superiore indica un vino fatto con regole più strette della versione base della stessa denominazione: rese per ettaro più basse almeno del 10% e mezzo grado alcolico in più come minimo. Alcune denominazioni più antiche hanno regole proprie.
Classico indica la zona di origine storica, quella più antica, all’interno di una denominazione che nel tempo si è allargata: Soave Classico, Valpolicella Classico. Il caso più noto è il Chianti Classico, che oggi è una DOCG distinta dal Chianti. “Classico” parla di geografia, non di stile.
Chi l’ha fatto davvero
Sull’etichetta è obbligatorio indicare chi ha imbottigliato il vino. Non chi l’ha prodotto, non chi lo vende: chi l’ha messo in bottiglia. Le formule che si incontrano più spesso dicono cose diverse.
- “Integralmente prodotto” — le uve vengono dai vigneti dell’azienda e l’azienda stessa le ha vinificate. È la formula che dice di più.
- “Imbottigliato all’origine” — il vino è stato messo in bottiglia dal produttore, da una cantina sociale o cooperativa, o da un’impresa che si trova nella zona di produzione. Dice dove è stato imbottigliato, non che le uve siano tutte di chi firma l’etichetta.
- “Imbottigliato da” — la formula generica, usata quando le altre non si possono usare.
- “Imbottigliato per conto di”, a volte con un codice al posto del nome di chi ha imbottigliato — il marchio sull’etichetta appartiene a chi vende, il vino in bottiglia l’ha messo qualcun altro.
Nessuna di queste formule è un difetto in sé: ci sono ottimi vini imbottigliati per conto terzi, e cantine sociali che lavorano benissimo. Ma sono le righe che dicono quanto è corta la distanza fra la vigna e la bottiglia, e quando il nome in grande non corrisponde a nessuna cantina che si riesca a trovare, di solito il motivo sta scritto lì.
Annata, grado alcolico, solfiti
L’annata è l’anno della vendemmia, non quello dell’imbottigliamento. Quando è indicata, almeno l’85% delle uve deve venire da quell’anno. Per i vini DOC e DOCG è obbligatoria, tranne che per spumanti non millesimati, frizzanti e vini liquorosi. È il dato più utile per capire a che punto è un vino: la stessa etichetta di due annate diverse può essere pronta in momenti diversi, per le ragioni raccontate in Quando aprire una bottiglia. Un vino senza annata non è per forza un cattivo vino, ma è un vino di cui non si può stimare la finestra di beva.
Lo stesso 85% vale per il vitigno: se un vino ne nomina uno solo in etichetta, almeno l’85% delle uve deve essere di quel vitigno.
Il grado alcolico può scostarsi di mezzo grado da quello indicato, un po’ di più per spumanti e alcuni vini invecchiati in bottiglia. Dice qualcosa sul corpo del vino e sulla maturità delle uve, ma non sulla qualità: un grado alto non è un merito di per sé.
“Contiene solfiti” è obbligatorio sopra i 10 milligrammi per litro, una soglia bassa, e la fermentazione stessa ne produce un po’: per questo si trova su quasi tutte le bottiglie. Non distingue un vino “chimico” da uno “naturale”.
Sui vini prodotti dopo l’8 dicembre 2023 in etichetta c’è anche il valore energetico, mentre ingredienti e tabella nutrizionale completa possono stare dietro un QR code. Se trovi un QR sul retro di una bottiglia recente, di solito porta lì, non a una pagina promozionale.
Cosa guardo io quando compro
Forse sono diventato un po’ talebano, lo ammetto. Quando compro un vino guardo soprattutto se viene da un piccolo produttore, se è naturale o Triple “A”, se è biologico. Non disdegno i vini tradizionali, ma cerco di stare lontano dalle etichette industriali: è anche un modo per dare valore ai piccoli produttori che si prendono cura del loro territorio.
L’etichetta, qui, aiuta fino a un certo punto.
- Biologico è la parte più facile, perché è regolata: un vino biologico deve riportare il logo europeo, la foglia di stelle su fondo verde, e il codice dell’organismo di controllo che lo certifica. Se manca il codice, “bio” è solo una parola. Vale però anche il contrario: un vino senza il logo non è per forza fatto in modo diverso, perché non tutti i produttori che lavorano in biologico scelgono di certificarsi.
- Naturale non ha una definizione di legge, né in Italia né in Europa, e non si può scrivere in etichetta. Un vino naturale non si riconosce dalla bottiglia ma da chi lo fa: lo si scopre parlando con l’enotecario, alle fiere, conoscendo il produttore.
- Triple “A” — Agricoltori, Artigiani, Artisti — è un manifesto nato nel 2001 da un’idea di Luca Gargano di Velier: vigne coltivate senza chimica di sintesi, uve raccolte sane e mature, in cantina niente additivi e solforosa ridotta al minimo. Non è una certificazione di legge ma un impegno dei produttori che vi aderiscono.
- Piccolo produttore, infine, è una cosa che l’etichetta lascia solo intuire, e qui tornano utili le righe di prima: “integralmente prodotto” e il nome di una cantina che si riesce a trovare dicono una cosa; un marchio “imbottigliato per conto di”, con un codice al posto del nome, ne dice un’altra.
Ma l’etichetta resta un punto di partenza. La cosa più importante, nella scelta di una bottiglia, è conoscere il produttore e farsi raccontare come lavora: in vigna, in cantina, cosa aggiunge e cosa no. È il modo migliore per capire cosa si sta comprando, e nessuna dicitura stampata lo sostituisce.
Tenerne traccia
Tutto quello che un’etichetta dice serve anche dopo, quando la bottiglia è in cantina da anni e di quel giorno al negozio non ti ricordi più niente: la denominazione, l’annata, chi l’ha fatta. Sono le stesse informazioni che servono per decidere quando aprirla, e vale la pena annotarle subito, finché la bottiglia è davanti a te e l’etichetta è ancora integra.