I Barolo Boys: la rivoluzione che divise le Langhe

Una motosega, un viaggio in Borgogna e vent'anni di litigi: la storia dei giovani vignaioli che cambiarono il Barolo, e di chi disse no.

Oggi il Barolo è uno dei vini italiani più famosi al mondo. È difficile immaginare che, a metà degli anni Settanta, nelle Langhe lo si vendesse a fatica: secondo i racconti raccolti nel documentario Barolo Boys, c’era chi lo regalava come sconto a chi comprava il Dolcetto. Le colline erano povere e, dopo alcune annate difficili, il futuro del vino sembrava tutt’altro che scritto.

Quello che successe nei vent’anni seguenti è una delle storie più belle, e più litigiose, del vino italiano.

Un viaggio in Borgogna

Nel gennaio del 1976 Elio Altare, giovane vignaiolo di La Morra, partì per la Borgogna con un amico. Là scoprì produttori piccoli come lui che vendevano il loro vino a prezzi che nelle Langhe nessuno si sarebbe sognato, e che lavoravano la vigna e la cantina in un modo molto diverso da quello che aveva imparato in famiglia.

Tornò a casa con un’idea precisa: il Barolo poteva valere quanto un grande vino francese, ma bisognava cambiare quasi tutto.

La motosega e le botti

Il primo cambiamento fu in vigna. Altare cominciò a diradare i grappoli, a tagliarne una parte d’estate per lasciare alla pianta meno uva e più concentrata. Per la generazione dei padri era uno spreco inaccettabile: nel film racconta che il padre lo implorava in ginocchio di smetterla, accusandolo di buttare via quello che Dio gli aveva dato.

Poi toccò alla cantina. Il conflitto in famiglia arrivò fino all’eredità: il padre lo diseredò. Nel 1983 Altare prese la motosega e segò le vecchie botti, quelle che giudicava ormai sporche e marce, e buttò fuori le altre. È diventata la scena simbolo di tutta la storia.

Al loro posto arrivarono le barrique francesi, piccole botti di legno nuovo, insieme a macerazioni più brevi e al controllo della temperatura in fermentazione. Il risultato era un Barolo diverso: più scuro, più fruttato, morbido già da giovane, senza bisogno di aspettare anni prima di aprirlo.

I “ragazzi” e il successo

Altare non era solo. Nelle Langhe una piccola generazione di vignaioli sui trent’anni prese la stessa strada: fra gli altri Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Roberto Voerzio, Enrico Scavino, Elio Grasso, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti. Si confrontavano, assaggiavano insieme, si passavano idee e contatti.

Negli anni Novanta la critica e il mercato americani si innamorarono di quei vini, e la stampa d’oltreoceano diede loro il nome con cui sono passati alla storia: Barolo Boys. In pochi anni vignaioli che avevano ereditato colline povere diventarono star corteggiate in tutto il mondo.

L’altra metà delle Langhe

Non tutti erano d’accordo, e il disaccordo diventò una guerra di idee. Dall’altra parte c’erano i tradizionalisti, come Bartolo Mascarello e Beppe Rinaldi: macerazioni lunghe, botti grandi, vini austeri che chiedono anni di pazienza. Per loro la barrique copriva il Nebbiolo e il suo territorio con il sapore del legno, e un Barolo che sa di vaniglia non è più un Barolo.

Il simbolo di quella resistenza è un’etichetta. Bartolo Mascarello ne dipinse a mano alcune con una scritta che è diventata famosa: No barrique, no Berlusconi. No alla barrique, perché era un produttore tradizionale; no a Berlusconi, perché non gli piaceva quella politica. Oggi quelle bottiglie sono pezzi da collezione.

La contrapposizione arrivò anche davanti al pubblico: a Torino Carlo Petrini, con Slow Food, organizzò una degustazione che metteva a confronto tre Barolo di Altare e tre di Giovanni Conterno, uno dei nomi più rispettati della tradizione.

Chi ha vinto?

I modernisti avevano una risposta pronta per chi li accusava di tradire il passato: la tradizione è un’innovazione ben riuscita. E su molte cose avevano ragione. La cura della vigna, le rese più basse, la pulizia in cantina, l’idea che un piccolo vignaiolo potesse imbottigliare e vendere il proprio vino nel mondo: sono diventate normali per tutti, anche per i tradizionalisti.

Ma col tempo il gusto è cambiato di nuovo. Il mercato ha cominciato a cercare vini che raccontassero il territorio più che il legno, e molti produttori che avevano abbracciato la barrique sono tornati, almeno in parte, alle botti grandi e a uno stile più classico. C’è anche chi fa notare che la barrique, all’inizio, fu per Altare una scelta pratica prima che estetica: aveva poco vino, e le botti grandi erano troppo grandi.

Forse la risposta più onesta è che hanno vinto tutti e due. I Barolo Boys hanno portato il Barolo nel mondo e insegnato a curare la vigna; i tradizionalisti hanno ricordato a tutti che un grande vino deve sapere del suo posto. Chi oggi apre una bottiglia di Barolo, di qualunque scuola, beve anche il risultato di quella lite.

Se ti interessa capire cosa significa DOCG sull’etichetta di un Barolo, ne ho parlato in Leggere un’etichetta di vino italiano.

Per approfondire

La storia è raccontata dai suoi protagonisti nel documentario Barolo Boys. Storia di una rivoluzione (2014) di Paolo Casalis e Tiziano Gaia.